Piffetti: un grande ebanista in una Torino settecentesca
Come già premesso, oggi vorrei raccontarvi la storia di uno degli artisti più celebri del Settecento, vissuto a Torino. Questo personaggio si chiamava Pietro Piffetti, ed io cercherò di descrivervi nel modo più dettagliato possibile la vita e la sua attività artistica, dalla quale scaturirono opere d’arte uniche nel loro genere e capaci di incantare chiunque le osservi, vuoi per la loro incredibile complessità o semplicemente per la loro straordinaria bellezza e precisione. Direi a questo punto di iniziare, augurandovi …buona lettura!
LA SUA VITA
Pietro Piffetti nacque il 17 agosto 1701, figlio di un oste artigiano emigrato a Torino. Purtroppo, di tutto ciò che riguarda la sua infanzia sappiamo ben poco, anche se possiamo però supporre che non sia stata molto felice: ad appena 7 anni rimase orfano di madre, il padre si risposò e dal secondo matrimonio nacquero cinque figli, in aggiunta ai tre pargoli avuti con la precedente moglie. Tuttavia, di tutta questa prole soltanto Pietro ricevette un educazione di altissimo livello, anche se da un personaggio ahimè sconosciuto (forse un religioso); così, grazie a questa opportunità, poté imparare non soltanto l’alfabetizzazione ma anche la poesia, il latino, la pittura e la musica. Gli altri fratelli, analfabeti, furono inviati ad umili mestieri.
Probabilmente in gioventù (sempre a Torino) frequentò la bottega di un maestro ebanista per apprendere i segreti tecnici del mestiere; e qui, forse, venne notato per il suo incredibile talento da qualcuno che (in contatto con la Corte) pensò bene di mandarlo a studiare a Roma, per perfezionarsi. Ma chi fu il maestro del Piffetti? Quasi sicuramente Luigi Prinotti, un ebanista già conosciuto e della generazione precedente, oltre che artista di valore. Insieme a Filippo Juvarra (giunto in città nel 1714) contribuì al trasferimento del giovane a Roma; bisogna considerare il fatto che questa decisione non era una cosa comune a quei tempi, quindi il ragazzo doveva essere davvero promettente.
Sappiamo poi che nel 1721-22 lasciò la bottega come ebanista patentato, mentre nel 1730 venne richiamato a Torino per volontà del re Carlo Emanuele III diventando così primo ebanista di casa Savoia. La sua carriera sociale si elevo entrando nell’Arciconfraternità dello Spirito Santo di Torino, diventando poi una delle figure di spicco a livello dirigenziale. Questo gli permise di integrarsi in ambiti di alto livello. Morì a Torino il 20 maggio 1777.
IL SUO STILE
Pietro Piffetti fu un artista a tutti gli effetti: grazie al suo incredibile talento, riuscì a trasformare anche il più semplice dei mobili in articolate opere d’arte. Fu un ebanista molto attento alla cultura del suo tempo, tanto da inserire nelle superfici dei suoi mobili i luoghi in cui composizioni floreali barocche di gusto francese e olandese convivono in modo armonioso con invenzioni decorative proprie (oltre che citazioni di autori vari). Tutto questo con, spesso, motti o frasi in cui si esaltano le virtù, la religiosità e la pietà cristiana. I suoi mobili risultano così particolarmente ricchi sia dal punto di vista figurativo/compositivo/decorativo che da quello materico.
La tecnica costruttiva che il Piffetti utilizzò in tutti i suoi mobili fu la lastronatura, ossia l’applicazione di legni rari o materiali preziosi spessi appena 2 mm su di un fusto di legno massiccio. La lastronatura veniva incollata alla base con colla di origine animale applicata a caldo.
ALCUNE SUE OPERE
TAVOLINO IMPIALLACCIATO E INTARSIATO IN PALISSANDRO, EBANO, BOSSO, MADREPERLA E TARTARUGA E CON INSERTI IN ORO, AVORIO E RIFINITURE IN ARGENTO

- Ha 4 gambe incurvate, coi piedi a riccio che si espandono sulla cintura del grembiule (parte frontale ricurva del tavolino tra le gambe) mistilineo.
- Il piano ha gli angoli che di curvano verso il basso, e presenta un fitto intarsio a nastri e fiori centrato da amorini che reggono simboli del potere reale e, in alto, una corona chiusa. Nel mezzo si trova uno scudo con monogramma.

- I due cassetti nella cintura (uno dei quali fornito di una maniglia d’argento) sono ornati interamente da intarsi raffiguranti buste o altri oggetti ed ha la firma incisa sul manico di un temperino.
- Sullo scudo, ci sono le doppie VV e AA riferite a Vittorio Amedeo.
TAVOLO PARIETALE CON ARMADIO A DUE ANTE, INTARSIATI E IMPIALLACCIATI DI LEGNI RARI, MADREPERLA ED AVORIO; RIFINITURE IN BRONZO

- la console poggia su due gambe incurvate, ospita sul piano un cespo fiorito ed ha un profilo mistilineo.

- Il corpo superiore, concepito per essere incassato in una rientranza (per questo ha i fianchi disadorni) ha la fronte smussata dalla concavità dei montanti laterali, che presentano rombi e fasce con cascate di fiori.
- I due pannelli intarsiati con nature morte (incorniciate di madreperla) sono divise orizzontalmente da volute a risalto.
- Il timpano ricurvo è centrato da una conchiglia.


- Il mobile si trovava probabilmente in una nicchia (come dimostrano le fiancate grezze dell’armadio). Esiste una stanza al palazzo, infatti, con stucchi del Bononcelli che riprendono i disegni del mobile e che presenta una nicchia di misura.
- C’è da dire che, riguardo all’aspetto attuale del mobile, sembra ci siano stati dei rimaneggiamenti che hanno avanzato la posizione del tavolino e aggiustato alcuni particolari delle tarsie.
TAVOLO PARIETALE IMPIALLACCIATO ED INTARSIATO DI NOCE, PALISSANDRO, EBANO, BOSSO, RADICA D’OLMO, E CON INTARSI IN MADREPERLA ED AVORIO; RIFINITURE IN BRONZO DORATO

- Poggia su 4 sostegni ad “s” che terminano a riccio, quelli anteriori disposti diagonalmente mentre quelli posteriori paralleli al piano di fondo. Sono raccordati da una crociera a curve contrapposte con una conchiglia parzialmente dorata. (approfondimento sulla doratura QUI)

- La cintura ha intarsi a nastro con racemi (ramificazione) e losanghe.
- Sul piano, un pannello in avorio inciso raffigura la caccia al cervo ed è attorniato da ampi girali con mascheroni e leoni.

TAVOLO PARIETALE ED ARMADIO IMPIALLACCIATI DI NOCE, PALISSANDRO E BOSSO, CON INTARSI IN AVORIO E TARTARUGA

- Ha 4 gambe che terminano a ricciolo con intarsi floreali che si prolungano parzialmente sulla cintura sottostante il piano mistilineo.
- Il corpo superiore, con angoli e fianchi concavi, è diviso orizzontalmente in un primo stipo con 8 tiretti nascosti da sportelli ed una scansia superiore chiusa da un battente con specchi. Il tutto è concluso da da una cornice sovrastata da una conchiglia.

- I tre pannelli eburnei (d’avorio), sul piano del tavolo e sui due sportelli inferiori dell’alzata, illustrano le allegorie dell’Inverno, della Primavera e dell’Estate.
PAVIMENTO INTARSIATO DI LEGNI VARI

- Il fondo è stato disegnato probabilmente da Filippo Juvarra .(biografia nel link)
- Il pavimento sfoggia un ornato con motivi a nastro che si intrecciano in volute spezzate intorno ad un rosone centrale.
- La stanza in cui è collocato era conosciuta come quella del Beato Amedeo per essere poi denominata, dall’Ottocento in poi, la Stanza del Caffè.


- Esiste un disegno che è stato messo in rapporto con questo lavoro insieme ad un altro firmato dal Piffetti, un progetto per un pavimento mai realizzato nella Galleria del Daniel del Palazzo Reale di Torino.
PREGADIO IMPIALLACCIATO DI TARTARUGA CON INTARSI IN AVORIO PARZIALMENTE TINTO, MADREPERLA ED OTTONE; ABBELLIMENTI IN LEGNO INTAGLIATO E DORATO

- È composto da una nicchia fiancheggiata da montanti, in cui si trova un inginocchiatoio a console su due gambe ricurve con cassetto nella cintura e gradino sottostante.

- Il catino è sovrastato da da un timpano composto di volute spezzate. Nella parte centrale troviamo angeli e putti che circondano l’ovale contenente (in origine) un quadro in tarsia oggi separato.

- La placca ovale (intarsiata in tartaruga, madreperla e avorio parzialmente tinto) è racchiuso in una cornice a volute e palmette. Vi è raffigurato il “Riposo durante la fuga in Egitto” ed è rimasto sul retro.

TABERNACOLO IMPIALLACCIATO ED INTARSIATO DI PALISSANDRO, EBANO, LEGNO VIOLETTO, NOCE E BOSSO CON INSERTI IN AVORIO TINTO E MADREPERLA

- Il registro più basso, dall’andamento mistilineo, è centrato dallo sportello su cui è raffigurata “l’Orazione nell’orto”.

- Sui fianchi compaiono specchiature con motivi a stella che formano un intreccio geometrico.
- Sui sostegni delle colonne troviamo festoni floreali ed il pannello che fa da sfondo alla croce.


- Il tutto è coronato da un baldacchino a volute con un cupolino arricchito da lambrecchino (ornamento di stoffa frastagliato) e putti in legno intagliato e dorato.
PIEDISTALLO E SCRIGNO IMPIALLACCIATI DI MADREPERLA CON BRONZI DORATI, SU UN PIEDE INTARSIATO DI LEGNI RARI ED AVORIO

- Si tratta di un tavolino a quattro zampe ricurvate (collegate da una crociera e confluenti nella cintura) poggianti su di uno zoccolo lobato e arricchito da festoni eburnei.
- Sul piano poggia lo scrigno con coperchio sorretto da sirene e tritoni su bestie marine e coronato da Minerva.
- La parure (complesso di ornamenti) bronzea è arricchita da mascherine muliebri (femminili).
Inoltre (come avrete notato) della vasta produzione del Piffetti fa parte anche un notevole numero di oggetti e mobili destinati a scopi religiosi: pregadio – inginocchiatoi – carteglorie – porte per cappelle – monumentali crocifissi.
Piffetti dedicò una buona parte della sua arte all’elaborazione di grandi e monumentali tabernacoli. Cinque di questi sono giunti a noi nei seguenti luoghi:
- Cappella Regia in Palazzo Reale (Torino)
- Chiesa di Vallinotto (Carignano)
- Chiesa dei Cappuccini della Madonna di Loreto (Chivasso)
- due (sempre dei cappuccini) nella chiesa della Confraternita dei Disciplinati Bianchi (città di Bene)
- un sesto tabernacolo, ricordato come di “bellissima architettura” rivenduto alla morte dell’artista, ma ora disperso.
C’è da dire che le chiese cappuccine sono sempre state storicamente molto austere, spoglie, ma nella Costituzione dell’Ordine del 1575 si faceva eccezione per il luogo del calice e della bussola del sacramento: il tabernacolo poteva quindi essere prezioso, in quanto custode dell’Eucaristia. Di conseguenza, i cappuccini introdussero nelle proprie chiese fin dal Seicento tabernacoli realizzati in legno scuro intagliato, in cui inizialmente non comparivano materiali preziosi come argento, oro e marmi. Solo nel 1646 l’Ordine ottenne la concessione di poter conservare l’Eucaristia in tabernacoli lignei di fattura elegante. Da qui, ci fu un’esplosione di elaborazioni, tarsie preziosissime, il tutto a contrastare con lo spoglio arredo della chiesa. La forma scelto per il tabernacolo fu un tempietto a pianta centrale.
Probabilmente, fu Juvarra a ispirare i tempietti del Piffetti. L’essenza usata per la struttura dei tabernacoli (tempietti) è il pioppo selvatico, in quei tempi denominato “albera” o “alberone”, che in Piemonte è il legno più usato come base per la tarsia. La cupoletta è eseguita in legno di pero a cui sono applicati spicchi in bosso. Il pero (essenza dura) è scelto per la sua stabilità strutturale, ed è utilizzato anche per le colonne, sormontate da capitelli corinzi in foglia d’oro. l’apparato decorativo del tempietto, costituito da ghirlande e mazzi di fiori, è in avorio inciso e tinto. Il Piffetti operava sull’avorio come un incisore sulla lastra: con il bulino lo incideva ed all’interno faceva penetrare la sostanza colorante. Gli intarsi in avorio sono sempre stati eseguiti su fondo in ebano, per creare contrasti marcati.
Nel caso del tempietto custodito nella chiesa della Madonna degli Angeli di Bene, inoltre, la porticina del tabernacolo è lastronata interamente con sette placche d’avorio (tranne l’interno della bifora) e intarsiato in tartaruga. L’effetto della luna è dovuto ad un pezzetto di carta inserito dietro la scaglia di tartaruga.

Possiede un ricco apparato decorativo, composto da mazzi di fiori intarsiati nelle paraste della parte superiore del tabernacolo, ghirlande di fiori ai lati dello zoccolo, più un ricco tessuto di decori minori, molto eleganti. Questi ultimi culminano nella porticina centrale, su cui è raffigurata la scena dell’Ultima Cena con ai lati motivi raggiati che guidavo lo sguardo dei fedeli verso il luogo d’accesso al Sancta Sanctorum. La scena riporta al gusto fiammingo (in particolare a Roubens): infatti, deriva proprio da un’incisione per cui Roubens realizzò un disegno nel 1613. Inoltre, se volessimo confrontare le due opere (quella di Piffetti e quella di Roubens) noteremo alcune differenze con la stampa originale (viene eliminato il cane):


Le colonne sono dipinte in modo da sembrare il diaspro rosso di Sicilia. Possiamo dire, infine, che sia stato commissionato sicuramente da Carlo Emanuele III nel momento in cui innalzò la città di Bene a principato, assegnandola al figlio.


Siamo giunti al termine di questa storia …la storia di un grande ebanista che riuscì, col suo grande talento, a trasformare dei semplici elementi d’arredo in veri e propri gioielli unici al mondo.
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autrice: Chiara Albanesi.